«Sei sicuro?»

Bianchi erano gli occhi e fissi su di lui. Nero il suo volto di pietra. Il ragazzo mosse la testa con uno scatto impercettibile, facendo in modo che le gocce di sudore, come uova di pesce sulla fronte, si spandessero lì davanti, sullo schermo cinquanta pollici che illuminava la sua faccia.

Sì.

«Oh, ! Bene, dunque. Bene, bene, bene!»

Nell’oscurità in cui stava celato, il dito venne fuori, come una scintilla. Non c’era fruscìo, non c’era vento. Né luce in quell’eterno martirio. Serrò gli occhi per un istante e i suoi denti stridettero per l’agitazione. Allora non vide più lui, quell’individuo allampanato che parlava a sproposito, il suo volto oscurato dagli abissi, quelle tenebre più nere della guerra che aveva appena attraversato. Guerra? Una voce gli sussurrava che forse non era come ricordava, che forse si era immaginato tutto. Lui, lì davanti, c’era sempre stato, era sempre, sempre rimasto sveglio a rispondere a quelle domande. A una a una.

Poi però venne. Sentì un pizzicore pungergli la punta del tallone, e un raggio. Una luce fastidiosa avvolse il suo corpo. Sembrò poter galleggiare nel vuoto, farsi spazio tra quegli abissi più neri della notte. Era però solo il preludio. Quando la luce giallastra smise di pulsargli addosso, l’intera scossa gli attraversò i muscoli e si sentì esplodere. Il suo corpo emaciato cominciò a sussultare e poi a tremare sempre più forte, sempre più preso dagli spasmi. Provò un dolore acuto, come di tessuti che si lacerano, come se grosse tarantole si arrampicassero sul suo sterno affondando le affilate zampette tra pelle, tessuti, ossa e viscere. Urlò disperato e con la gola in fiamme, i bulbi oculari quasi fuori dalle orbite e una schiuma rossastra a colargli dalla bocca. Poi arrivò. E il cuore smise di battergli in petto. Quando mani di donna lo portarono via dallo studio, rimase ancora per qualche minuto un odore di carne bruciata e rigaglie liquefatte.

L’uomo celato dal nero sorrise.

«Ahi, ahi, ahi! Peccato! Peccato!» La sua voce era intensa, chiara e precisa. Mentre parlava poteva raggiungere le tonalità acute di un soprano con l’isteria o abbassarsi di colpo in fiati modulati. «La risposta era: 1979!» Seguì uno scroscio di applausi. Mani battute in silenzio. Poi l’Annunciatore si ravvivò la chioma color cenere e guardò una tra le centinaia di telecamere che lo stavano riprendendo, ora per intero.

«Mannaggia! Il giovane Novikov farà fatica a tornare alla freschissima Nuova Kazan’. Credo comunque sia rimasto molto soddisfatto della nostra calorosissima accoglienza!»

Risate sguaiate e grette. Questa volta sincere.

L’Annunciatore ricompose il suo sorriso bianco nella linea sottile delle labbra. Quando i suoi occhi, privi di pupilla, si fermarono a fissare il pubblico lì presente, questo smise di fiatare.

«Bene. Possiamo continuare?»

«VIVA IL PROGRAMMA! VIVA LA SCOSSA! CHE SE TU SBAGLI LA COMBINI GROSSA!»

«Grossa, grossa, non servi più a niente. Eccone un altro: un concorrente!»

Il secondo ragazzo arrivò a braccetto di due giovani e muscolose donne in bikini che lo tenevano fermo con le unghie smaltate di viola infilzate nella carne. Non pareva fosse consapevole di dove si trovasse. Mentre trascinava i piedi sul pavimento si guardava ora a destra, ora a sinistra. I denti rotti ficcati in mezzo alle labbra e il volto pieno di ecchimosi.  Due occhiaie, nere e pesanti, adombravano il suo sguardo. Quando fu messo sulla pedana con lo schermo a misura di faccia, riconobbe subito l’Annunciatore ed ebbe un brivido.

«Allora tu esisti», fu il fiato che emise dalla bocca.

L’Annunciatore scoppiò in una fragorosa risata, così potente da far tremare le pareti e tutta l’attrezzatura. Dopo di lui le ragazze e poi il pubblico lì presente in semicerchio. L’isteria collettiva fu terminata da un pugno sul leggio e da un ALT simile a un comando che sgorgò fuori da quell’ugola d’oro.

«Bene, dunque presentati, giovane!»

«S-sono s-sono… G-gu…»

«Se-se-se-seeeei cosa?»

Altre risate.

«Sono Guglielmo, signore! Il mio nome è G-guglielmo!»

Quello sorrise.

«Ah! Vedi che ora ci siamo? Bisogna parlare forte e chiaro. Forte e chiaro, capito? Non vogliamo mica che i nostri telespettatori cambino canale! E poi, guardati, sei un così bel ragazzo: usala un po’ la tua presenza scenica. Però ora, dimmi: quanti anni hai, Guglielmo?»

«Venticinque, signore.»

«Da dove vieni?»

«Porto Emp… no, eh, come si chiama adesso? Coso… Spiaggella.»

«E che lavoro fai?»

«S-sono un agente di commercio, signore.»

«Oh, interessante! Ti muovi spesso per la tua Federazione, quindi. E hai… hai, insomma, visitato bei posti? Raccontaci un po’, Guglielmo.»

Così cominciò a guardarsi intorno come un cane smarrito, le zanne fuori dalla bocca. Tremava.

«Allora?»

«Beh, allora, sì: sono stato in Toscana, un po’ più a nord di dove abito io, e mi hanno anche offerto il salame di cinghiale. Poi sono stato in Catalogna, c’hanno un sacco di roba buona da mangiare, lo jamon, il coso lì… la butifarra. A Parigi poi ho provato il fegato d’oca…»

«Ti tratti bene, eh? Sai che l’80% dell’industria alimentare della tua federazione, per farvi mangiar bene, sfrutta intensivamente risorse e manodopera di questa federazione? Ehe, eh, vabé! Ma che ne sai?», continuò a ridacchiare, mentre quell’altro sembrava cadere dalle nuvole.

«D-dove sono? Tiratemi fuori, vi prego!»

«Ah-ah! Qui le domande le faccio io: iniziamo subito, anzi.»

Lo schermo sotto di lui si accese. Prima giallo, poi bianco e infine rosso. Il fascio di luce inondò il suo viso sgomento: 3, 2, 1, recitava il testo di diodi luminosi. Comparve la prima domanda, che l’Annunciatore recitò, fissandolo negli occhi e poi voltandosi sornione verso il pubblico:

«Cos’è il tetra del Congo? A: un insieme di quattro oligarchi. B: un pesce. C: una zuppa tradizionale a base di pesce. D: un versante roccioso.»

Cominciò a sudare. Le braccia rigide si attaccarono ai lati dello schermo. Si voltò a destra e a sinistra per ricevere un segno, una parola da parte di quella platea muta che aveva davanti. Erano però tutti zitti, glaciali nei loro seggiolini di plastica.

«Allora? Vedi che il tempo scade!»

«La B!», disse poco convinto, «scelgo la B!»

DING! DING! DING!

Suonava adesso lo schermo e le luci si alternavano in un caleidoscopio di colori: giallo-verde-blu-rosso.

«Bravo! Bravo! Risposta esatta! Centoventi punti!» La platea rispose con un meccanico applauso. «Ma per poter vincere ci sono ancora altre cinque domande. Sei pronto?»

«S-sì…»

«Non ti ho sentito.»

«Sì, andiamo. Andiamo avanti!»

Il volto scuro dell’Annunciatore si illuminò come mai prima di allora. Il pubblico dietro di lui ciondolava e faceva fatica a tenersi la sedia ben piazzata sotto le chiappe. Quel giorno avevano dovuto assistere a due altre prove prima di quella, era tardi ed erano stanchi. Ma i riflettori, le musichette, i gloss luccicanti sulla pelle marmorea delle ragazze li stordivano.

«Okay, prossima domanda. Attenzione, attenzione perché è facile confondersi qui!»

Guardò il giovane sporgendosi di poco dal leggio, gli occhi bianchi spalancati. Lui non si muoveva e anzi faceva fatica a guardarlo. Non ricordava più nulla. Né come fosse finito lì, né cosa ci fosse stato prima o cosa avesse fatto nell’ultimo anno. Sembrava tutto ovattato, coperto da una sottile patina di fumo e fango.

«In quale anno la Federazione X invase barbaramente la Federazione Y? A: nel 2019. B: nel 2039. C: nel 2049. D: nel 2029.»

«C.»

«Oh, oh, oh!»

DING! DING! DING!

«Risposta esatta! Cinquanta punti!»

Tornò la musica, quel leitmotiv allegro. Non si riusciva per niente a toglierselo dalla testa. Le ragazze cominciarono a ballare, i riflettori sui loro corpi sinuosi, su cosce, gambe, culi. Cominciò anche il capo di quel quiz scalmanato e, dinoccolandosi, arrivò a roteare e volteggiare tra loro. Le sue vesti colorate brillavano alla luce dei neon. Poi, ancora danzando, tornò al leggio, sistemandosi la chioma.

«Ah-ah! Che bello spettacolo qui, signori e signore!» Sorrideva alle telecamere. «Capiamo bene perché il nostro Guglielmo si sia ricordato. Allora, ti sei rinfrescato un po’ la memoria?»

«Sì, signore.»

Una zanzara cominciò a ronzargli in testa. Squadroni militari, carri armati, equipaggiamento d’assalto. Si era dimostrato un buon soldato, Guglielmo, nonostante fosse sempre stato un ragazzo di città e con un lavoro da viaggiatore alle spalle. Eppure, quando la Federazione aveva chiamato, lui aveva risposto. Qualcosa nel suo cervello stava cominciando a riaffiorare a poco a poco.

«Guglielmo, di cognome?»

«Frischi, Caporal Maggiore. Itropa, Divisione 5, Reggimento “Volpe Rossa”, squadra 9, signore.»

«Ah, ma non c’era bisogno! Non sei più in caserma, soldato.»

Si mise a sghignazzare e con lui tutte le ragazze e il pubblico dietro.

«Silenzio!»

Smisero di botto, non lasciando tregua nemmeno a un sussurro. Il collo dell’Annunciatore si era gonfiato, la sua pelle scura pulsava sopra rami di vene. E venne il silenzio.

«Ora mi dici…», ricominciò, «ora mi dici… mi rispondi alla terza domanda. E stai attento, attento, attentissimo!»

Quell’altro deglutì.

«Qual è il prodotto interno lordo del Braiseni? A: 212 446. B: 8 221 015. C: 1 323 500. D: 13 692.»

«Io… credo…»

«Tu credi? Ah!»

«La D, signore! La D!»

«Oh, oh! Rullo di tamburi…»

La banda, nascosta in tenebre di velluto blu, cominciò a percuotere il rullante. E Guglielmo, lì sopra alla pedana, tremò ancora una volta.

DING! DING! DING!

«Risposta esatta! Cento punti! Si canta!»

Una musica dolce e soave si espanse in tutto lo studio e le ragazze cominciarono a ondeggiare tenendosi per mano. L’Annunciatore prese in mano il microfono e si mise a vocalizzare le note più acute. Poi, spingendosi al ritmo di swing accanto alla pedana, cantò:

«Tu m’hai fatto schiavo, mio amor. Tu mi tieni in pugno, tesor. La tua bocca chiusa e il tuo sguardo tenue mi fa impaziiiiiir!» La mano destra sulla sua, occhi bianchi su occhi neri. E lui, impanicato, a fissarlo con la testa incassata nelle spalle.

«Tu non cerchi amore.»

«Ahi, ahi, ahi, ahi!», con il coro delle ragazze.

«È quello che mi duole.»

«Ahi, ahi, ahi, ahi!», ancora e ancora.

«Ma io qui vicino ti dico solo: ma vai a moriiiiir!»

Appausi e scalpiti nella platea, fischi di approvazione e poi silenzio. Ancora e ancora.

«Allora, mettiamo caso, no? Mettiamo caso che vi siate approfittati di noi. Mettiamo caso che abbiate consumato, sperperato, sfruttato qualsiasi risorsa di cui noi potevamo disporre. Allora, beh, come dovevamo comportarci? Come potevamo comportarci con i nostri prigionieri di guerra? Con voi, sì, con voi: sacchi di merda!»

Risate. L’altro non fiatò.

«Eh-eh, ah. Non abbiamo più tempo per questo. Non ora. Prossima domanda.»

Nuovamente si riaccese il monitor.

«Qual è la pena per il reato di stupro nel Braiseni? A: la morte. B: uno schiaffetto sulle mani. C: la prigione da 10 a 30 anni. D: gli arresti domiciliari fino ai sei mesi e il pagamento di 350000 euro alla vittima.»

«A.»

«Sei sicuro?»

«Sì.»

«Perché in questo caso, sai, non te la passeresti così liscia. Ti ricordi di quel villaggio alle pendici del monte Urze? Te lo ricordi, sì?»

«N-no.»

«Oh, sì che te lo ricordi. Ti ricordi di Mària?»

«No, signore.»

«Certo che no, mio piccolo batuffolino amoroso», accarezzò la sua testa bruna. I capelli arruffati quasi si impigliarono tra le sue dita. «Certo che non te lo ricordi! L’avete stuprata in cinque. Era tenera, vero? Era tenera, Mària. Un bocconcino. Tredici anni!»

SBEM!

Un pugno fece incrinare lo schermo. L’altro si ritrasse un poco, ma aveva i piedi bloccati sulla pedana. Digrignò i denti aguzzi.

«Risposta esatta. Zero punti.»

Tutto rimase immobile e vitreo. La banda non suonò più, le ragazze stettero in piedi a osservarli. Il pubblico, dietro, cominciò a stare più attento.

«Ultima domanda, e poi potrai andare in pace. Eh-eh!»

Si ricompose con un singulto.

«Cosa fa la Federazione X ai suoi prigionieri di guerra? A: li uccide. B: li uccide e poi li divora. C: li tortura. D: li manda a lavorare nei ghiacciai.»

Il ragazzo respirò a lungo. Si guardò le mani secche, l’addome nudo e scavato. Poi si passò la lingua sulle labbra prima di proferire parola:

«B.»

«Scossa?»

Racconto di Liliana Costa.